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Sulle tue mura, Gerusalemme, ho posto sentinelle;
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Penso ancora che voi siete la generazione di J. P. II, generati dalle sue preghiere, dalle sue lacrime. Siete la sua più bella eredità. L’eredità di tutto ciò che Dio ha donato alla Chiesa tramite di lui. Lui ha raggiunto la vostra gioventù, perché adesso è nella eterna gioventù di Dio. Non ha più 84 anni, ma 18-30 anni eterni. E in più lui è passato dal vostro passato al vostro avvenire: ha vissuto prima di voi, e adesso è già nel vostro futuro, perché voi tutti lo vedrete in Cielo, lo ritroverete in cielo. Per queste ultime settimane che ha vissuto sulla terra è stato come un agnello immolato. L’ultima volta che l’ho visto ero in San Giovanni in Laterano e facevo una catechesi sull’eucaristia. Mi avevano chiesto di preparare un momento di adorazione silenziosa. L’Agnello era sull’altare, e poi tutt’ad un tratto vedo dei giovani che si mettono in piedi e si mettono a gridare “Giovanni Paolo”, perché appariva sullo schermo, accanto a Gesù. E il momento in cui ha dato la sua benedizione ha fatto immergere tutti i giovani in questo silenzio di adorazione per 10 minuti. Quello che io contavo di dire, il silenzio del santo padre ci ha immerso nel silenzio dell’adorazione. Non ho avuto bisogno di dirlo dato quello che è successo: egli era come un agnello immolato silenziosamente offerto ai nostri sguardi in tutta la sua povertà, e dunque tutta la sua forza. È stato come un agnello immolato, come Gesù eucaristia. E la sua pasqua, nascita al cielo è stato come uno tsunami spirituale che ha effuso grazia su tutta la terra. E noi viviamo ancora questa grazia, perché la sua missione è iniziata solo adesso. Tutto quello che egli ha fatto sulla terra come San Paolo, apostolo della nazioni, non era che l’inizio della sua missione, una prova generale. Solamente in cielo non abbiamo più i limiti di spazio e di tempo, e possiamo essere missionari senza limite, come fa Teresina. Ecco che cosa pensavo ascoltando il brano dell’agnello immolato.
In questo testo straordinario del Mattino di Pasqua Maria Maddalena è la sola che ha il coraggio di partire. Tutta sola, una donna, nella notte, contro i soldati armati, sapendo benissimo che non potrà mai aprire la tomba, può essere aggredita dai soldati. Lei non ha paura, parte lo stesso. È folle. La follia dell’amore. Giovanni Paolo II parlerà delle donne che sono vittoriose sulla paura perché amano. L’amore è vittorioso sulla paura. E più amo, meno paura ho. Non ho paura di niente: né della prigione, né del martirio, né delle torture, né di essere preso in giro dalla società, perché nessuno mi può togliere questo amore. Possono togliermi la libertà, la salute, allontanarmi dagli amici, esiliarmi all’altro capo del mondo, ma nessuno può togliermi Gesù. Nessuno da nessuna parte. Perché l’amore è eterno.
È quello che vive Maria Maddalena. Ed è per questo che lei sta ai piedi della croce: lei si rifiuta di essere separata dal corpo del suo diletto. Ed anche se lei sa che lui è morto, vuole ancora toccare il suo corpo. È l’adoratrice per eccellenza. Non può separarsi dal corpo di Gesù. Mi ricordo di una delle piccole sorelle di Gesù di Charles de Foucauld che aveva una fraternità di adorazione nel quartiere di prostituzione a Marsiglia. E mi parlava di queste persone che si prostituivano e che venivano di nascosto di notte per guardare Gesù. Le dicevano che avevano bisogno del corpo di Gesù. Una ragazza che si è convertita, è uscita dalla prostituzione e andava ogni giorno a tre, quattro, cinque messe, si comunicava tre, quattro, cinque volte per giorno (non sapeva che da un punto di vista canonico era un po’ troppo). Faceva ogni giorno due, tre ore di adorazione e diceva: “non posso più vivere senza il corpo di Gesù, che è diventato il mio solo amore”.
È Maria Maddalena che va a svegliare, stimolare, risvegliare Pietro e Giovanni. È a causa di lei che partono nella notte: lei comunica loro il suo coraggio.
C’è questo segno sconvolgente, non tanto della tomba che è vuota, ma del sudario che è piegato e messo da una parte. Gesù ha voluto che la sacra sindone di Torino sia il segno di Giona per oggi, che il Signore oggi ci dona, perché è il segno stesso della risurrezione. Davanti alla sindone noi siamo come Pietro e Giovanni. Si è meravigliati, non si capisce. O rifiutiamo o adoriamo. Se adoriamo è perché il sangue di Gesù ha intriso la Sindone. È come il Santissimo Sacramento permanente: porta il sangue di Gesù. È una cosa sconvolgente. Gesù non ha voluto lasciarci una foto di come lui era da piccolo bambino di Betlemme, né l’immagine di un bell’uomo in cui l’immagine sia impressa sulle stuoie della casa di Betania: ha voluto darci l’immagine con tutti i segni della sua sofferenza, affinché noi lo possiamo vedere nel momento in cui lui ci ha maggiormente amato. Perché parte in cielo con le sue ferite, per mostrare a suo Padre e agli angeli, come una carta di identità, di umanità: “ho attraversato tutte le sofferenze, tutta la morte”. È il contrario del Buddha, con il suo volto completamente immobile, che non ha nessuna ferita, che è chiuso in sé stesso. Gesù invece ha il volto aperto, coperto del sangue delle persecuzioni e dei segni del nostro peccato. E per mostrarci che tutta la Chiesa è il corpo di Gesù, ma il corpo di Gesù nella sua passione. Sempre con le persecuzione e le nostre infedeltà. Ma è sempre Gesù. Per insegnarci a riconoscerlo in tutti coloro che soffrono, Gesù. L’uomo più povero, più ferito, più fragile, è l’uomo che vive senza Gesù: è la più grande povertà, la più grande delle miserie. Non serve a niente lavorare per l’innalzamento della nuova economia per le famiglie povere se la vita perde il suo senso. E oggi è nei paesi più ricchi di beni materiali che c’è la maggiore disperazione, il maggior numero di suicidi. Come se l’abbondanza avesse soffocato la speranza: abbiamo tutto ciò che serve per vivere, ma perché vivere? Ed invece nei paesi poveri c’è lo stupore (ho vissuto tredici anni in Ruanda) di vedere dei giovani ricchi che si suicidano.
Quindi è l’urgenza dell’evangelizzazione, donare il senso della vita, comunicare il senso della vita, resuscitare i morti! Noi siamo circondati di giovani che sono morti, che sono in coma! Caterina da Siena diceva che evangelizzare è “risuscitare i morti”, è gridare “esci fuori!” a qualcuno che è completamente legato con delle bende. È donare il senso della vita. È quello che mi ha strappato personalmente dal mio deserto dopo tanti anni di vita eremitica. È stato per me come un elettroshock dopo questi 13 anni in Africa il vedere questo virus della disperazione come dei microbi che si infiltrano in modo insolito. Come un cancro dei nostri paesi. E come guarire da questo cancro? Quale sarà la chemioterapia? Quali saranno i raggi laser che dovremo proiettare? È l’Eucaristia. Sono i raggi dell’Eucaristia. Quando io portavo il corpo di Gesù con me. Quando ero eremita e salivo sulla montagna con il Santissimo Sacramento e vedevo tutte le città di Montecarlo, Ventimiglia, Sanremo, pensavo: “io ho la pienezza della felicità, tutto è mio. Tutta la creazione è un regalo di mio Padre. Il cielo è aperto davanti a me. Io so cosa c’è dopo la morte, conosco già tanti santi che mi aspettano in cielo, i miei genitori sono già in cielo che mi aspettano. Mi aspetta un avvenire pieno di felicità. E senza aspettare il cielo, il cielo è già qui, dove c’è Gesù nel suo corpo. Ed è esattamente lo stesso Gesù che tutti i santi hanno adorato, ricevuto. Tra qualche istante, quando noi adoreremo, vedremo, toccheremo esattamente lo stesso Gesù che il piccolo Charles De Foucauld adorava con tanto amore per tanti anni in fondo al deserto e che è stato beatificato ieri. Questi uomini che hanno riconosciuto Gesù nei più poveri perché hanno riconosciuto Gesù là dove è più povero: nell’Eucaristia. Quello che adoreremo tra poco è esattamente lo stesso Gesù che Charles contemplava nella piccola cappella a Marrakesh, è lo stesso Gesù che san Francesco d’Assisi adorava nelle piccole chiese di Umbria e Toscana, lo stesso Gesù che adorava santa Maddalena de’ Pazzi che hanno ricevuto i nostri antenati, i nostri parenti. Ogni volta nuove ostie, ma sempre lo stesso Gesù.
Bene, quando noi comprendiamo questo, non si può più tenere questo tesoro per noi stessi, sennò io lo perdo. Solo chi è chiamato alla vita contemplativa, in un monastero o come eremita. Nella nostra scuola Jeunesse Lumière una bella ragazza di ventidue anni quest’anno è entrata in un monastero di certosine. Per tutta la vita, questa è la sua vocazione speciale. Ma se una persona non ha questa vocazione speciale di intercessione per il mondo l’Eucaristia ci invia in missione. C’è un messaggio ammirabile di Giovanni Paolo II per le giornate di missione che dice “la contemplazione di Gesù nell’Eucaristia ci dona la grazia di contemplare lo stesso Gesù nei più poveri. E i più poveri di tutti sono i poveri di Dio e i poveri del cielo. E noi riconosciamo Gesù presente in tutti coloro che non conoscono Gesù, ma noi vediamo già Gesù in loro.
Termino questa grande omelia dicendo: “come Maria Maddalena al mattino di Pasqua noi siamo inviati da Gesù”. Ma Maria Maddalena ha prima vissuto questo intimità amorosa nel giardino. È un momento sconvolgente per lei. Ed è solamente dopo che Gesù la invia a rivelare agli apostoli, ai vescovi, al papa due cose: la prima è “Cristo è risorto! È veramente risorto!” Una notizia formidabile. E la seconda è: “Va a dire ai miei fratelli: mio Padre è vostro Padre!”. È la prima volta in tutto il Vangelo che Gesù ha detto questa parola “miei fratelli”, perché doveva prima attraversare la nostra morte per essere pienamente nostro fratello. Come dice Charles De Foucauld “mio Signore e mio fratello”. Il Signore Gesù è mio fratello. Quindi la prendono in giro ed è molto umiliante per gli apostoli di pensare che non hanno voluto credere a questa donna, che la hanno preso per una folle. Bisognava che gli apostoli fossero umiliati affinché più tardi, quando andranno ad annunciare Gesù in altri paesi e saranno non creduti, rifiutati quando parleranno della risurrezione (presso i Greci), si ricorderanno che anche loro all’inizio non hanno creduto.
E penso che tutti i grandi santi evangelizzatori sono stati prima degli uomini di adorazione e di preghiera. Come i pastori di Betlemme che evangelizzano tutto il villaggio di Betlemme, ma solo dopo aver adorato il bambin Gesù. Come quella meravigliosa donna di Samaria: arriva con il cuore ferito perché è già al sesto uomo, ma nessun uomo la ha veramente amata. È disperata, non crede più nell’amore, non crede più che sia possibile per un uomo amarla veramente. Lei incontra il suo settimo uomo ed il settimo che incontra è quello definitivo. È Dio. E lei gli dona tutta la sua vita. E Gesù trasforma il suo cuore vuoto non solamente come un pozzo, ma come una sorgente che non cesserà mai più di dare vita. Il cuore di questa donna diviene come il cuore di Gesù. Non cesserà mai più di sgorgare. E va a donare l’acqua da bere a tutto il suo villaggio. L’acqua dello Spirito Santo. Dimentica la sua brocca. Il sesto uomo era deluso perché non gli porta l’acqua, ma lei porta tutto il villaggio a Gesù. Fa quello che nessun apostolo fa. E noi vediamo tutto il corso della storia: san Bernardino da Siena, Francesco d’Assisi, che hanno rinnovato tutta la vita del Vangelo in Toscana ed in Umbria. Perché Francesco passava cinque quaresime l’anno in solitudine: più della metà dell’anno. San Domenico passava tante notti in preghiera e Giovanni Paolo II prima di essere il San Paolo di oggi, l’apostolo delle nazioni, gridando Gesù in 146 paesi, in 104 viaggi e più di 425 viaggi in Italia è perché prima era Giovanni. Prima Giovanni per poi essere Paolo. Passava talmente tante ore in preghiera, che faceva passare la preghiera davanti a tutto. Anche durante i tempi di missione. Nell’oceano indiano in aereo egli recitava il breviario e gli dicono “santo padre, c’è un messaggio veramente urgente dal Vaticano”. Lui domanda: “è veramente urgente?”. “Si, è veramente urgente!”. “Allora continuiamo la nostra preghiera.” Non ha mai passato un solo venerdì della sua vita da quando aveva 18 anni senza fare la via crucis. Durante il suo terzo viaggio in Francia, dopo tre giorni molti faticosi, alle otto di sera, uscendo dall’elicottero dice al vescovo: “portatemi in quella grande cappella là”. Lui gli dice “santo padre, avete una cappella”. Ma lui dice “no, no, quella grande li!”. Arrivati là il papa dice al vescovo: “ora lasciami qui”. E tutti avevano una gran fame, perché non avevano ancora mangiato. Ritornano un’ora dopo e vedono il papa in ginocchio alla quattordicesima stazione. Era venerdì sera. Potrei raccontarvi tutta la notte i fioretti di preghiera del santo padre. Era la preghiera che gli dava tutta la sua forza. E più noi siamo contemplativi, più saremo degli evangelizzatori. È l’adorazione che ci spinge all’evangelizzazione.
Giovanni Paolo dice che l’ ”Amen” della comunione equivale al “fiat” di Maria. Significa: “eccomi, mandami”, perché Maria subito dopo l’annunciazione è unta, benedetta, mandata per il bambino che porta verso Giovanni battista. E siccome Dio non può ancora camminare dice: “Mamma, andiamo! Andiamo! Portami!” E ad ogni comunione Gesù mi dice, ci dice “Andiamo! Portami!”. Dopo l’intimità, la grazia, andiamo da tutti coloro che incontrerai oggi, domani. Tu sei le mie mani i miei occhi, la mia bocca. Io sono così povero come un piccolo bambino nel seno della mamma, che non può fare niente senza la mamma. Noi generiamo Gesù in noi, e dunque siamo responsabili di portarlo agli altri, donarlo agli altri. E appena Maria arriva è la pentecoste, ed il segno della pentecoste è la gioia, e il piccolo Giovanni battista trasale di gioia, esulta di gioia: non può parlare, ma può già danzare. È così che l’evangelizzazione ci da tanta gioia in un mondo … Quando farete lo spettacolo del Pastore ferito tra qualche giorno sarà talmente bello che la bellezza donerà la gioia. La bellezza è la sorgente della gioia. La bellezza di Dio, del Vangelo, di Gesù, del volto di Gesù è la sorgente di tutta la Gioia. Perché Dio è la bellezza, la strepitosa bellezza e la gioia è il frutto della bellezza di Dio. E allora termino dicendo che anche noi domandiamo a Gesù di fare di noi dei piccoli Giovanni battista, perché è la prima Sentinella del mattino. Non ancora del mattino di Pasqua, questa è Maria Maddalena. Giovanni battista è la Sentinella del mattino di Natale, perché veglia nella notte (è la adorazione, la preghiera), veglia anche nella notte della fede, intercede per il mondo, preghiamo i santi per far cadere dal cielo dei raggi della gloria di Dio, che io vegli come Giovanni battista affinché la luce si elevi nel cuore di una moltitudine, perché Gesù possa nascere nel cuore di una moltitudine. I padri della chiesa dicono che è il desiderio di Giovanni battista che ha fatto sì che Dio venisse più velocemente sulla terra. Quindi la mia preghiera di intercessione può anticipare la venuta di Gesù nel mondo, nei cuori. E come Giovanni battista allora risplenderò della gioia di Dio. Chi guarda verso di lui è illuminato. Più guardo Gesù nell’Eucaristia, più sono illuminato. È una tattica che abbiamo a Jeunesse Lumière: prima di partire sue settimane in missione ogni trimestre passiamo due mesi ad adorare Gesù e ad amarci nella vita fraterna per essere luminosi, affinché la nostra parola esca dal silenzio del cuore. Prima il cuore a cuore con Gesù: allora la mia parola esce dal mio cuore e tocca il cuore dell’altro. E posso dire: “quello che i miei occhi hanno visto nell’Eucaristia, quello che i miei orecchi hanno udito nella sua parola, quello che le mie mani hanno toccato nei miei fratelli, è lui che vi annuncio per la vostra gioia. E non solamente ve lo annuncio, ma ve lo dono.” Evangelizzare non è una buona notizia. Non è una buona notizia. Si può avere buone notizie su giornali, televisioni. Ma io dono la persona di Gesù. Invito a guardare, invito al perdono, il sacramento della bontà di Dio, la chirurgia estetica di Dio per incontrare Gesù. Questo è evangelizzare: è fare incontrare Gesù. E più io vivo l’intimità con Gesù, più sono capace di dare Gesù. Questa è la tecnica di Maria. Intimità con Gesù e dopo il coraggio di portarlo a tutti. Grazie per il vostro coraggio, la vostra gioia di annunciare, di dare Gesù soprattutto in questi giorni a Firenze con il bellissimo spettacolo “il Pastore ferito”. Vi ringrazio per il vostro amore di Gesù, la vostra adorazione, la contemplazione amorosa di Gesù. Grazie di essere innamorati dell’Amore, del corpo dell’amore. Grazie.